Ci sono mattine in cui l’ansia arriva insieme a qualcosa che possiamo riconoscere: una telefonata che dobbiamo fare oppure un incontro dal quale dipende una decisione importante. Sappiamo almeno indicare il punto verso cui si dirige la paura, anche quando la reazione ci sembra eccessiva. Altre volte la giornata non contiene niente di così preciso. Apriamo gli occhi e il corpo è già in allarme. Può anche bastare un messaggio rimasto senza risposta perché il pensiero cominci a costruire conseguenze che, nel giro di pochi minuti, diventano più reali di ciò che è accaduto.

Chi vive questa esperienza prova spesso a risolverla facendo più attenzione. Rilegge il messaggio, controlla un sintomo, prepara ogni possibile risposta, domanda a qualcuno se ha motivo di preoccuparsi. Sono tentativi comprensibili, e per qualche minuto possono funzionare. Il problema comincia quando la giornata viene organizzata intorno alla necessità di impedire che l’ansia ritorni. A quel punto non siamo più soltanto preoccupati per ciò che potrebbe succedere: una parte crescente della nostra vita viene impiegata per sorvegliare la preoccupazione stessa.

Per capire che cosa sta accadendo può essere utile attraversare tre passaggi. Il primo riguarda l’allarme e la sua funzione. Il secondo riguarda quello che facciamo per proteggerci. Il terzo, meno immediato, riguarda il pericolo particolare che l’ansia può segnalare, anche quando non riusciamo ancora a dargli un nome.

Quando il corpo entra in allarme

L’ansia appartiene alla nostra capacità di anticipare. Senza questa capacità arriveremmo impreparati a molti appuntamenti della vita e trascureremmo conseguenze che meritano attenzione. Una certa inquietudine mobilita energie prima che sia necessario agire. L’allarme svolge anche questa funzione.

La stessa funzione, tuttavia, può perdere proporzione. Il cuore accelera e il respiro diventa corto. Il pensiero cerca una spiegazione e, non trovandola, ne produce molte. Se quella persona non risponde forse è arrabbiata; da quel dubbio si passa alla possibilità che il rapporto sia compromesso e, poco dopo, una perdita ancora immaginata viene vissuta come se fosse già cominciata.

Nel linguaggio comune usiamo spesso ansia, paura, angoscia e panico come parole intercambiabili. La distinzione non è sempre netta, e la storia della psicoanalisi mostra quanto sia stato difficile formularla. Seguendo una distinzione clinica presente, con differenze interne, nella tradizione psicoanalitica, possiamo dire che la paura tende verso un pericolo indicabile. Nell’angoscia il pericolo resta meno definito: sentiamo che qualcosa ci minaccia prima di comprenderne la natura. Nel panico l’intensità dell’allarme può far temere un cedimento del corpo o della capacità di restare presenti. Queste parole aiutano a descrivere l’esperienza con maggiore precisione; non permettono a chi legge di formulare da solo una diagnosi.

Freud arrivò a considerare l’angoscia anche come un segnale. L’Io avverte una situazione di pericolo e mette in moto le proprie difese prima di esserne sopraffatto. Il pericolo può essere esterno, ma può riguardare anche una perdita, una separazione, un desiderio che entra in conflitto con l’immagine che abbiamo di noi o con ciò che temiamo di perdere. L’allarme, dunque, può essere autentico anche quando la spiegazione immediata non basta a comprenderlo.

Le protezioni che finiscono per occupare la vita

Quando l’ansia cresce, cerchiamo naturalmente una via d’uscita. Una persona può evitare il luogo nel quale ha avuto un attacco di panico; un’altra continua a fare quasi tutto, ma si prepara a ogni situazione come se non potesse permettersi un imprevisto. Arriva con grande anticipo, ripassa quello che dirà e, se il dubbio ritorna, cerca una conferma da qualcuno di cui si fida.

Niente di tutto questo è privo di senso. Evitare una situazione che ci ha terrorizzati può restituire sollievo; controllare può dare l’impressione di recuperare un margine di sicurezza; una rassicurazione può interrompere per un momento la catena dei pensieri. Queste risposte diventano costose quando smettono di essere scelte e si trasformano nelle condizioni necessarie per affrontare la giornata. La persona riesce ancora a partire, purché conosca ogni dettaglio del viaggio. Riesce a lavorare, purché nessun errore rimanga possibile. Riesce a stare in una relazione, purché l’altro continui a confermare che non se ne andrà.

In questo modo la protezione modifica lentamente il significato dell’allarme. L’evitamento non consente di scoprire se la situazione potrebbe essere attraversata. Il controllo, invece, sembra dimostrare retroattivamente la propria necessità: se il pericolo non è arrivato, deve essere stato il controllo a impedirlo. Anche la rassicurazione perde efficacia e deve essere chiesta di nuovo. Un rimedio che ha funzionato nell’immediato viene così incaricato di garantire che non saremo colti impreparati o lasciati soli, una certezza che nessun rimedio può offrire del tutto.

Dire a qualcuno di smettere di controllare, quindi, può essere corretto sul piano astratto e inutile sul piano umano. Prima di abbandonare una protezione occorre capire quale equilibrio mantiene e che cosa diventerebbe più vicino se quella protezione non fosse disponibile.

Di quale pericolo parla questa ansia

Due persone possono avere sintomi simili e trovarsi davanti a pericoli psichici molto diversi. Per una persona, parlare durante una riunione può riattivare la paura di essere umiliata; per un’altra, la stessa riunione può rendere visibile un desiderio di riconoscimento che contrasta con l’abitudine a non esporsi. Una separazione può minacciare la perdita di una persona amata, oppure mettere in crisi il ruolo attraverso il quale abbiamo saputo chi eravamo. Perfino un’occasione desiderata può produrre ansia, perché riuscire comporta nuove responsabilità e può allontanarci dalle persone o dalle posizioni alle quali siamo rimasti fedeli.

Sarebbe fuorviante immaginare dietro ogni ansia un significato nascosto già pronto, che il terapeuta dovrebbe semplicemente svelare. Occorre considerare eventuali condizioni mediche, eventi realmente minacciosi e periodi di sovraccarico. Anche quando l’ansia possiede una storia, quella storia non può essere dedotta da un sintomo isolato. Prende forma ascoltando il momento in cui l’allarme compare e ciò che la persona è costretta a fare per tornare a sentirsi al sicuro.

La prospettiva psicoanalitica aggiunge una domanda alle strategie necessarie per ridurre i sintomi: che cosa sta diventando pericoloso proprio adesso? A volte la domanda conduce a un’esperienza conosciuta, come la paura di perdere l’amore dell’altro. In altri casi incontra qualcosa che non possiede ancora una rappresentazione sufficiente. Quando Winnicott scrive della paura del crollo, pensa a un’esperienza già avvenuta psichicamente ma non ancora incontrata e integrata dal soggetto: il timore riguarda la continuità stessa dell’esistere. Bion affronta un problema vicino da un’altra prospettiva. Si domanda come un’esperienza emotiva grezza possa essere accolta, trasformata e restituita in una forma che la mente riesca a utilizzare. Winnicott mette a fuoco ciò che non ha potuto essere vissuto e integrato; Bion il lavoro relazionale necessario perché ciò che è informe diventi pensabile.

Il terzo passaggio modifica così i primi due. Il corpo può custodire la prima forma di un allarme che ancora non dispone di parole. Le strategie di controllo proteggono da un pericolo che deve diventare riconoscibile prima che quelle strategie possano essere abbandonate. Cambiare richiede allora di sostenere una quota di incertezza senza organizzare l’intera vita nel tentativo di cancellarla.

Quando può essere utile chiedere aiuto

La decisione di chiedere una consultazione dipende dalla forma che l’ansia assume nella vita di quella persona. Le linee guida NICE raccomandano infatti di considerare il disagio e la compromissione del funzionamento, senza affidarsi soltanto al numero o alla durata dei sintomi. Diventa importante parlarne quando l’allarme interferisce con il sonno o con il lavoro, quando gli evitamenti aumentano oppure quando il tentativo di controllare ciò che potrebbe accadere occupa una parte crescente della giornata.

Un primo colloquio non obbliga a iniziare un percorso. Permette di ricostruire la forma particolare assunta dall’ansia, valutare la sofferenza e capire quale tipo di aiuto possa essere indicato. Quando compaiono sintomi fisici nuovi, improvvisi o intensi è importante rivolgersi anche a un medico, perché un articolo e una valutazione psicologica non possono sostituire gli accertamenti necessari. Se l’angoscia si accompagna al timore di farsi del male o a una situazione di pericolo immediato, occorre cercare subito un aiuto urgente attraverso i servizi sanitari o il numero di emergenza.

Durante una psicoterapia può accadere che l’allarme cominci ad avere parole, acquistando collegamenti e confini. L’incertezza rimane una parte della vita e alcune esperienze continueranno a poterci ferire. Diventa però più facile distinguere il pericolo presente da quello che una situazione presente ha riaperto, e vedere quanta libertà abbiamo consegnato alle protezioni costruite per non sentirlo.

Chi cerca che cosa fare quando l’ansia prende il sopravvento ha bisogno di attraversarne i momenti acuti e, quando serve, di ricevere un aiuto clinico adeguato. Nel corso del lavoro può emergere anche ciò che quell’allarme teme di perdere o di incontrare. La risposta raramente arriva tutta insieme. All’inizio può comparire soltanto una differenza: la persona sente ancora l’ansia, ma non deve più obbedire immediatamente a ogni richiesta di controllo che l’ansia produce. In quella differenza comincia a riaprirsi una possibilità di scelta.

Fonti e riferimenti

Riferimenti pubblici consultati per verificare le informazioni biografiche, normative o scientifiche presenti nel testo.