Ci sono momenti in cui le definizioni che abbiamo usato fino a quel momento non bastano più. Non siamo ancora ciò che diventeremo, ma non riusciamo più a riconoscerci del tutto in ciò che eravamo. È una terra di passaggio: incerta, conflittuale e, proprio per questo, ricca di possibilità.
Danielle Quinodoz definisce “terra di nessuno”, No man’s land, lo spazio tra l’essere e il non essere; tra aspetti di sé apparentemente inconciliabili; tra ciò che sentiamo di dover essere e ciò che ancora non sappiamo di poter diventare.
Non riempire subito il vuoto
Quando attraversiamo una crisi personale, relazionale o professionale, la tentazione è trovare rapidamente una spiegazione o una soluzione. Ma una risposta troppo veloce può diventare un’altra gabbia: chiude ciò che avrebbe bisogno di essere esplorato.
Nel lavoro psicoterapeutico non cerco di ricondurre subito l’esperienza a una formula. Provo a costruire, insieme alla persona, le condizioni per sostare anche nell’incertezza, ascoltando emozioni, contraddizioni, immagini e pensieri che non hanno ancora trovato una forma.
Una via è possibile, ma non è già data: va costruita.
Pensare e sognare l’esperienza
L’incontro terapeutico permette di mettere in relazione parti della personalità che spesso procedono come conversazioni separate: una voce adulta e responsabile, una più diffidente; il desiderio di cambiare e il bisogno di proteggersi; la ricerca di autonomia e il timore di perdere un legame.
Attraversare la No man’s land significa non decidere in anticipo quale parte abbia ragione. Significa rendere pensabile il conflitto, affinché da esso possa emergere una soluzione personale e non semplicemente conforme alle aspettative degli altri.
Proteggersi o lasciarsi vedere
Proteggersi non è necessariamente un errore. Può essere una risposta importante quando ci si è sentiti giudicati, invasi o non riconosciuti. Il problema nasce quando la protezione diventa l’unico modo possibile di stare nelle relazioni e, mentre riduce il rischio di essere feriti, aumenta la distanza e la solitudine.
Il cambiamento non consiste nel mostrarsi sempre o nel rinunciare ai propri confini. Consiste nel poter scegliere quando, come e con chi essere visibili, senza perdere continuità con la propria voce.
Un terapeuta non è esterno al cambiamento
Per accompagnare qualcuno nelle aree più fragili e sconosciute non basta applicare una teoria. Il terapeuta deve conoscere la propria incertezza, continuare a formarsi, confrontarsi e restare capace di pensare quando la situazione non rientra nei modelli già appresi.
Il mio modo di lavorare nasce da questa posizione: la teoria orienta, ma non deve sostituirsi all’esperienza viva della persona. La relazione terapeutica diventa così un luogo in cui poter transitare tra presenza e assenza, pensiero ed emozione, continuità e trasformazione.
Trovare una direzione autentica
L’obiettivo non è eliminare ogni contraddizione, né diventare una versione ideale di sé. È costruire continuità tra aspetti che sembravano disgregati, recuperare la propria capacità di pensare e scegliere, riconoscere una direzione che possa essere sentita come autentica.
A volte il cambiamento inizia proprio qui: nel momento in cui smettiamo di chiedere una risposta già pronta e cominciamo ad attraversare, insieme, lo spazio in cui può nascere qualcosa di nuovo.